Inner game, il gioco interiore
Un paio di settimane fa sono stato a un torneo di tennis a cui partecipava mio figlio. È stata una di quelle situazioni apparentemente semplici, quotidiane, quasi normali, ma capaci di offrire una lettura molto chiara del comportamento umano.
Nel mio precedente articolo avevo parlato del film La parola ai giurati, mostrando quanto la calma, la lucidità e la capacità di gestire la pressione possano influenzare le decisioni e le relazioni tra le persone. Questa volta, però, non ero davanti a un film, ero semplicemente in un campo da tennis, con bambini e ragazzi che si sfidavano, genitori a bordo campo, allenatori in silenzio o alle prese con consigli e una verità molto evidente, spesso non perde chi non sa giocare, perde chi non riesce più a gestire se stesso.
Mio figlio ha undici anni e partecipava a un torneo con bambini della sua età e ragazzi già nei primi anni dell’adolescenza. La cosa che mi ha colpito di più non è stata la tecnica, né la qualità dei colpi. Alcuni bambini erano perfettamente in grado di fare punti vincenti, colpire forte, trovare angoli, recuperare palle difficili. Il problema nasceva quando la partita iniziava a girare male.
A quel punto qualcosa cambiava, non era più solo tennis ma diventava gestione dell’errore, della frustrazione, della rabbia, dell’aspettativa. Bastava un punto perso male, una palla fuori di poco, una decisione percepita come ingiusta, e alcuni bambini iniziavano a perdere completamente la calma. Il corpo si irrigidiva, il volto cambiava, i gesti diventavano più nervosi, i colpi più potenti ma meno precisi. La rabbia dava energia, ma toglieva lucidità.
E qui emergeva un altro elemento interessante, il ruolo degli adulti. Molti genitori, con le migliori intenzioni, dicevano la frase più istintiva e allo stesso tempo meno utile: “Stai calmo”. Il paradosso psicologico è proprio questo, quando una persona è agitata, dirle semplicemente di stare calma raramente produce calma, anzi, spesso aumenta la pressione. È come se il bambino ricevesse un doppio messaggio, non solo stai sbagliando, ma stai anche sbagliando a sentirti così. In quel momento non gli viene dato uno strumento per regolare l’emozione, gli viene solo chiesto di spegnerla. Ma, ahimè, le emozioni non si spengono a comando.
La rabbia, soprattutto nei bambini, ha bisogno di essere riconosciuta, contenuta e orientata. Se viene ignorata o repressa, tende a crescere. E infatti, più alcuni genitori cercavano di imporre calma, più i figli sembravano entrare in uno stato di tensione ancora maggiore. Il risultato era evidente, colpi sempre più forti, sempre più impulsivi e sempre più fuori misura.
In fondo, il tennis rende visibile qualcosa che accade continuamente anche nella vita professionale. Quando una persona perde lucidità, raramente perde solo per mancanza di competenza, spesso perde perché la competenza viene oscurata dallo stato emotivo. Sa cosa dovrebbe fare, ma non riesce più a farlo bene, conosce il gesto, ma non riesce più a governarlo.
Questo accade nei bambini durante una partita, ma accade anche agli adulti in azienda. Accade durante una riunione difficile, una trattativa, una presentazione importante, un conflitto con un collega, una pressione commerciale, un errore davanti al cliente. Quando l’emozione prende il sopravvento, la performance cala, non perché la persona non valga, ma perché non riesce più a stare dentro la situazione con lucidità.
E qui entra in gioco il ruolo del leader.
Un leader non è solo colui che dà indicazioni, non è solo chi dice cosa bisogna fare. Un leader ha anche la responsabilità di regolare il clima emotivo del gruppo, deve saper portare lucidità dove c’è confusione, calma dove c’è tensione, metodo dove c’è impulsività.
Dire a un collaboratore “stai tranquillo” non basta. Così come non basta dire a un bambino “stai calmo” mentre sta perdendo il controllo in campo, servono strumenti. Serve la capacità di leggere cosa sta accadendo, c’è bisogno di una comunicazione che non aumenti la pressione, ma aiuti la persona a rientrare nella situazione.
Nel torneo ho visto bambini perdere partite che tecnicamente avrebbero potuto vincere, non perché mancasse loro il talento, ma perché mancava ancora la capacità di gestire l’emozione sotto pressione. E ho visto adulti, genitori e allenatori, spesso impreparati davanti a quella rabbia. Non per cattiveria, ma perché anche la gestione emotiva richiede educazione, consapevolezza e allenamento.
La vera domanda allora non è solo "quanto sei bravo”? La vera domanda è, quanto riesci a rimanere lucido quando qualcosa non va come vorresti?
Perché la performance non dipende soltanto dalla tecnica, dipende dalla qualità dello stato mentale con cui affrontiamo ciò che accade. Nel tennis, come nel lavoro, come nella vita, chi perde la calma spesso perde anche l’accesso alla parte migliore di sé. Ed è proprio lì che si vede la differenza tra chi sa semplicemente reagire e chi ha imparato davvero a governarsi.