Quando l’emozione complica tutto

Sulla scia degli ultimi articoli proseguiamo nell’analisi delle principali interferenze comunicative, non possiamo quindi non soffermarci su uno degli aspetti più complessi, l’influenza delle emozioni.

 
 

Comunicare bene, infatti, non significa soltanto scegliere le parole giuste, ma anche saper gestire ciò che proviamo mentre parliamo, ascoltiamo o rispondiamo. Le emozioni possono influire negativamente sulla comunicazione perché non restano mai davvero “interne”. Anche quando pensiamo di controllarle, esse trovano comunque una via di uscita, nel tono della voce, nello sguardo, nella postura, nella velocità con cui parliamo, nelle parole che scegliamo, nei silenzi che produciamo o nella rigidità con cui rispondiamo.

La comunicazione, infatti, non è mai soltanto un passaggio razionale di informazioni, è sempre anche un passaggio emotivo. Quando siamo arrabbiati, delusi, feriti, impauriti o sotto pressione, non ascoltiamo più la realtà in modo neutro, la filtriamo attraverso il nostro stato interno. Una frase che in un momento di calma potremmo interpretare come una semplice osservazione, in un momento di rabbia può sembrarci un attacco. Una domanda può sembrarci una provocazione, un silenzio può sembrarci disinteresse.

In altre parole, l’emozione non modifica solo ciò che diciamo, ma anche ciò che crediamo di aver capito. Questo è uno dei punti più delicati della comunicazione, spesso non reagiamo a ciò che l’altro ha detto, ma al significato emotivo che gli abbiamo attribuito. E quel significato, molte volte, nasce più dentro di noi che fuori di noi. Se mi sento insicuro, tenderò a cogliere segnali di giudizio. Se mi sento non riconosciuto, tenderò a interpretare ogni critica come una mancanza di rispetto. Se mi sento sotto attacco, anche una semplice divergenza di opinione potrà diventare una minaccia alla mia immagine.

Le emozioni, quindi, interferiscono con la comunicazione perché riducono la nostra capacità di ascolto. Quando un’emozione intensa prende il comando, la mente non è più pienamente disponibile a comprendere, si prepara a difendersi, a giustificarsi, a contrattaccare o a chiudersi. L’ascolto diventa selettivo, non ascoltiamo più per capire, ma per trovare conferme a ciò che già sentiamo. Cerchiamo nell’altro la prova della nostra ferita, della nostra paura, della nostra rabbia. E così il dialogo smette di essere uno spazio di incontro e diventa uno spazio di reazione. C’è poi un altro elemento: le emozioni sono contagiose, entrano nella relazione e modificano anche lo stato emotivo dell’altro.

Se comunico con tensione, l’altro tenderà a irrigidirsi. Se alzo la voce, l’altro potrà difendersi o contrattaccare. La comunicazione è un sistema, ciò che porto io influenza ciò che accade nell’altro, e ciò che accade nell’altro ritorna verso di me. Per questo, molte conversazioni degenerano non per il contenuto iniziale, ma per il clima emotivo che si crea durante lo scambio.

Gestire le emozioni nella comunicazione, però, non significa eliminarle, sarebbe impossibile e anche poco sano. Le emozioni hanno una funzione preziosa, ci informano su ciò che per noi conta, su ciò che ci ferisce, su ciò che desideriamo, su ciò che temiamo o su ciò che percepiamo come ingiusto. Il problema non è provare emozioni, il problema è esserne guidati senza consapevolezza.

Una persona matura non è quella che non prova rabbia, paura o frustrazione, ma quella che riesce a riconoscere ciò che prova senza lasciargli il comando totale della comunicazione. In fondo, comunicare bene non vuol dire solo saper parlare, vuol dire saper abitare le proprie emozioni senza esserne travolti.

La maturità comunicativa consiste proprio in questo, ascoltare ciò che sentiamo, comprenderlo, trasformarlo e poi scegliere parole capaci non solo di esprimere noi stessi, ma anche di non distruggere il ponte con l’altro.

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