Cosa ho imparato quest’anno?
Alla fine di ogni annata sportiva mi ponevo sempre la stessa domanda, cercando di individuare almeno un grande insegnamento da portarmi dietro nell’anno successivo.
Era una domanda utile, introspettiva, profondamente orientata all’autovalutazione. Così, anche dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, ho deciso di continuare questa vecchia tradizione. In realtà, è una domanda che mi accompagna spesso, soprattutto nei momenti difficili, nelle fasi più compresse e complesse della vita professionale e personale. In quelle circostanze mi chiedo:
“Che cosa vuole insegnarmi la vita in questo momento?” Ma torniamo alla domanda che chiude i cicli. La fine dell’anno è, per sua natura, un tempo di riflessione e di analisi. È quel momento in cui dovremmo mettere in discussione ciò che abbiamo fatto, non in senso critico, ma in senso analitico. Lo sport, in questo, è un grande maestro. È un po’ come quando la stagione finisce e guardi la classifica: nonostante l’impegno, c’è chi vince e chi perde. Nel gergo sportivo si dice che “chi vince festeggia e chi perde spiega”. Ho sempre trovato questo aforisma particolarmente calzante, soprattutto perché evidenzia come chi perde, spesso, cerchi alibi. Io non voglio trovare alibi. Non cerco scuse. Anzi, sopporto poco chi spende il proprio tempo a lamentarsi, senza rendersi conto di quanto stia disperdendo energie preziose in un’attività a efficacia zero. Quando ci poniamo questa domanda, però, stiamo comunque facendo un’autovalutazione, e come tale ha un raggio d’azione limitato.
Se ricopriamo ruoli di responsabilità, è corretto (e direi necessario) chiedere anche a chi lavora con noi di darci un feedback. È limitante pensare di poter migliorare solo ciò che i nostri occhi riescono a vedere. Se abbiamo costruito relazioni sane, basate sulla fiducia e sulla sincerità, possiamo sperare di ricevere da chi ci è vicino spunti di miglioramento ancora più preziosi. Come leader siamo spesso concentrati nel valutare gli altri, ma chi valuta noi?
Non credo esista feedback migliore di quello che arriva da chi ogni giorno ci cammina accanto, alla nostra destra e alla nostra sinistra, affrontando con noi le sfide professionali. A volte sorrido osservando certe copertine che celebrano super manager insigniti di etichette altisonanti.
Il problema è che questi riconoscimenti arrivano spesso da fonti esterne, che guardano alla leadership come a una semplice capacità di far tornare i numeri di un bilancio. Tutto legittimo: essere buoni manager significa anche portare risultati economici. Ma dal mio personalissimo punto di vista, significa soprattutto portare le persone in positivo. E non intendo solo economicamente, ma umanamente.
Chiudo questo 2025 con un lungo sospiro. Mi guardo indietro e mi scappa un lieve sorriso, consapevole che avrò ancora molto da migliorare e che, in fondo, questo viaggio non finirà mai. Auguro a tutti voi di ritagliarvi del tempo con voi stessi, per chiedervi sinceramente che cosa avete imparato in questo 2025 e in che modo questo vi accompagnerà nel 2026.
Buone feste