La cultura mangia la strategia a colazione

Iniziando questo 2026 ho visto una distesa quasi infinita di post dedicati agli obiettivi per il nuovo anno, tutti legittimi sia chiaro, ma ho scelto di cominciare questa nuova annata con una riflessione più profonda, prendendo spunto da una delle frasi che considero tra le più potenti mai pronunciate in ambito manageriale e che porto spesso nelle aule di formazione sulla leadership perché richiama un concetto forte, essenziale e troppo spesso trascurato dai leader: “La cultura mangia la strategia a colazione”.

 
 

Il messaggio è breve ma di grande impatto e comunica un’idea molto chiara, in ambito aziendale la cultura trasmessa dal leader (o dai leader) è più determinante della strategia stessa. Potremmo persino estremizzare affermando che una strategia mediocre, sostenuta da un team coeso e da una solida cultura aziendale, abbia molte più probabilità di successo rispetto a una strategia eccellente applicata da un team disgregato, privo di valori condivisi. A questo punto la domanda diventa inevitabile: che cosa intendiamo davvero per cultura?

Negli ultimi anni ho avuto modo di approfondire l’antropologia e di comprendere quanto gli ambienti incidano profondamente sulle persone. Durante queste festività natalizie ho fatto un breve viaggio in Svezia, un paese che amo e che rappresenta bene le culture nordiche, dalle quali rimango sempre affascinato per la capacità di trarre enorme beneficio dalla propria cultura di appartenenza.

Parliamo di popoli, gli scandinavi, molto diversi da noi latini, eppure colpisce come pochi milioni di abitanti siano riusciti a costruire aziende solide e competitive a livello globale, dove il welfare aziendale trova un equilibrio reale con la vita familiare.

Nella nostra cultura, spesso, sembra di trovarsi di fronte a una scelta binaria, quasi in stile Matrix: da una parte continui la tua vita da genitore e rimani in azienda senza progredire (pillola blu), dall’altra ti concentri sul lavoro e la famiglia passa in secondo piano (pillola rossa). Sto volutamente estremizzando, ma questa metafora descrive una realtà che, soprattutto per il mondo femminile, è ancora fin troppo concreta.

Durante la mia permanenza a Stoccolma ho potuto osservare come sobrietà e umiltà siano valori profondamente radicati, come la responsabilità individuale sia molto elevata, come la fiducia diffusa nel sistema Paese diventi un vero acceleratore delle relazioni economiche e commerciali, trasformandosi in un autentico vantaggio competitivo.

Un altro aspetto che mi ha colpito riguarda la nascita delle imprese, le aziende svedesi sanno fin dall’inizio di non poter contare su un grande mercato interno e per questo progettano l’internazionalizzazione da subito, mentre in Italia molte startup nascono con l’obiettivo primario di sopravvivere nel proprio Paese, una differenza culturale enorme che influenza visione, ambizione e capacità di crescita. Tutte queste differenze sono permeate da una cultura forte e coerente e, se volessimo sintetizzare cosa sia davvero la cultura. Potremmo definirla come l’insieme dei valori fondanti di una società, da cui derivano comportamenti che a loro volta creano ambienti funzionali alla crescita e allo sviluppo del tessuto sociale, sotto una governance, una leadership di elevato valore umano.

Il rapporto con l’ambiente è un ulteriore elemento chiave, nei mesi invernali il clima è estremo, ma non viene vissuto come un limite, bensì come qualcosa con cui convivere. I bambini, anche in tenerissima età, escono all’aperto a temperature polari e vengono abituati fin da subito alla resilienza, alla gestione della difficoltà e al rispetto dei ritmi naturali.

È difficile trasmettere fino in fondo la forza di queste culture, ma avendo viaggiato molto e lavorato con realtà internazionali noto nei Paesi del Nord una naturale inclinazione alla vera leadership e non credo sia un caso che, osservando i redditi pro capite mondiali ed escludendo i paradisi fiscali, queste nazioni figurino stabilmente tra le più ricche al mondo. Una grande leadership genera benessere diffuso, si prende cura della crescita di tutti non solo nel breve periodo ma nel lungo termine, ed è proprio questa la forza della cultura a cui faceva riferimento Drucker*. La strategia può cambiare, la cultura se è solida resta, ed è lei che ogni mattina decide cosa verrà davvero realizzato.

*Peter Ferdinand Drucker (1909-2005) è considerato il "Padre del Management Moderno", ha trasformato il management in una disciplina seria, sottolineando l'importanza delle persone, dell'innovazione, dell'attenzione al cliente e considerando l'impresa come un'istituzione sociale, non solo come una macchina da profitto. Le idee di Drucker, illustrate in oltre 30 libri, costituiscono ancora oggi il fondamento della teoria e della pratica manageriale contemporanea in aziende, organizzazioni non profit e governi di tutto il mondo.

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