Toxic work, toxic life

Nell’ultimo articolo abbiamo parlato di quanto la cultura organizzativa, intesa come costrutto ambientale fatto di valori, norme e comportamenti condivisi, rappresenti un vantaggio competitivo nei team vincenti.

 
 

In questi contesti l’ambiente di lavoro diventa un vero e proprio spazio di protezione e cura, capace di schermare le persone dalle pressioni del mondo esterno. Oggi vorrei affrontare il rovescio della medaglia, sensibilizzando su un tema tanto diffuso quanto spesso sottovalutato, quello degli ambienti lavorativi tossici, fondati sulla paura. Fa male ammetterlo, ma le organizzazioni possono trasformarsi in luoghi pesanti da vivere. E non ci riferiamo alle mura degli edifici, bensì al clima emotivo e relazionale che si respira al loro interno. Ma come si generano questi contesti?

Lilian Glass, nota autrice statunitense, insieme ad altri studiosi internazionali, evidenzia come gli ambienti tossici nascano spesso dall’associazione con persone tossiche.

In passato ho già approfondito le caratteristiche di questi soggetti e i segnali per individuarli; oggi, invece, vorrei soffermarmi su come si vivono le relazioni all’interno di tali contesti. Un clima tossico può diffondersi solo in presenza di un leader analogo oppure di una leadership passiva, che tollera e lascia accadere.

Uno dei pilastri di questi ambienti è la paura costante dell’errore e del giudizio. La paura è un’emozione primaria, fondamentale per la sopravvivenza, ma qui assume una funzione paralizzante: le persone fanno il minimo indispensabile per non essere additate, per non “diventare un problema”.

Le statistiche indicano che circa il 20% della popolazione presenta tratti tossici, è quindi plausibile che tali soggetti siano presenti anche nelle nostre organizzazioni. In questi ambienti il pettegolezzo (o meglio, il parlare alle spalle) diventa una prassi diffusa. Il problema è che non si tratta di uno scambio costruttivo, bensì di una comunicazione orientata alla critica e al lamento. Le informazioni circolano in modo distorto, alcuni dettagli vengono volutamente omessi, con l’obiettivo di destabilizzare il sistema. In contesti simili l’essere umano attiva meccanismi di sopravvivenza, investendo energie per “salvarsi”. È intuitivo che, quando l’emozione di base non è l’entusiasmo ma la paura, emergano chiusura, introversione e immobilismo. Viene meno la ricerca, la creatività e, di conseguenza, la produttività. I conflitti diventano frequenti e tendono a degenerare nella ricerca di consensi e alleanze, l’ambiente si trasforma rapidamente in un’arena politica.

A questo punto la domanda è inevitabile: può un ambiente del genere prosperare?

I contesti lavorativi sono sistemi complessi, influenzati dalle persone che li abitano e dai loro comportamenti. Anche l’inserimento di una sola nuova risorsa può alterare profondamente lo status quo. Nei ruoli di responsabilità dovrebbero essere collocate persone realmente responsabili, non solo competenti dal punto di vista tecnico, ma anche solide sul piano umano. Individui centrati ed emotivamente stabili possiedono caratteristiche che contrastano naturalmente le dinamiche tossiche e rendono più semplice disinnescare derive distruttive. Il corpo, spesso, invia segnali chiari prima ancora della mente.

Come vi sentite la domenica pomeriggio? Gastriti ricorrenti, tensioni costanti, stati d’animo negativi possono essere campanelli d’allarme. Che emozione provate quando sul display del telefono compare il nome del vostro responsabile? Se la risposta è negativa, forse è il momento di fare chiarezza.

Esiste una credenza profondamente radicata secondo cui il lavoro sia qualcosa da sopportare, un peso inevitabile. Questo pensiero contribuisce ad alzare, collettivamente, la soglia di tolleranza del dolore. Personalmente sono contrario a questa visione. Le professioni occupano una parte enorme della nostra vita e contribuiscono a costruire il nostro senso di utilità e significato. Il benessere dell’essere umano passa anche da questi stati di coscienza. Siamo esseri interdipendenti, fatti per integrarci con gli altri. Ma se tolleriamo abusi e conviviamo con la paura, il rischio è quello di vivere un’esistenza costantemente sotto pressione. Abbiate cura di voi.

Ad oggi, nessuno studio scientifico ha dimostrato che avremo un’altra vita.

Lillian Glass, classe 1952, laureata in psicologia e scienze delle comunicazioni, è una nota esperta americana di comunicazione, linguaggio del corpo, psicologa e autrice di best-seller, famosa a livello internazionale per i suoi studi sulle relazioni umane e le dinamiche interpersonali.

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