La mente ci inganna: narcisi aziendali e impostori

Questo dicembre ho iniziato uno dei miei Tirocini Formativi universitari e mi sono imbattuto in un tema tanto affascinante quanto complesso: la metacognizione.

 
 

Possiamo definirla, in modo semplice e comprensibile a tutti, come la capacità della nostra mente di valutare “come” stiamo facendo qualcosa, senza concentrarsi sul “cosa” stiamo facendo. In pratica osserva la qualità della nostra “arte” di essere competenti.

Fin da subito ho collegato questo concetto al modo in cui ciascuno di noi si relaziona ai propri pensieri, a come ci auto valutiamo nei vari momenti della vita, e non solo in ambito privato: questo meccanismo riguarda ogni essere umano e può essere esteso facilmente al mondo professionale. Quando la metacognizione è debole o distorta emergono due fenomeni opposti che portano a una valutazione inaccurata delle proprie competenze.

Il primo è l’effetto Dunning-Kruger: chi ne è colpito tende a sovrastimare le proprie capacità. Non si tratta necessariamente di arroganza, ma di una vera e propria cecità cognitiva che impedisce di vedere i propri limiti. Gli esempi, in azienda, sono numerosi: un collaboratore convinto di essere un ottimo comunicatore quando in realtà pochi lo comprendono, oppure qualcuno che crede di eccellere nella leadership, salvo poi accorgersi che viene seguito solo per obbligo gerarchico. Ogni organizzazione ne ospita diversi, spesso senza rendersene conto.

All’estremo opposto troviamo la Sindrome dell’Impostore, che colpisce chi tende a sottovalutare le proprie capacità. Sono persone che faticano a spiegarsi i propri successi, temono di essere “smascherate” e raramente riescono a godersi i risultati ottenuti. Paradossalmente, sono spesso stimate dai colleghi, ma incapaci di riconoscere il proprio reale valore. Anche in questo caso, non è la realtà a essere distorta, ma la percezione personale. Ed è proprio qui che la metacognizione diventa fondamentale: ci aiuta a ottenere una visione chiara e realistica di come lavoriamo noi e di come lavorano i nostri collaboratori.

È facile intuire come la mancanza di consapevolezza — sia in eccesso sia in difetto — possa rallentare la crescita individuale e, di conseguenza, quella dell’intera organizzazione. La percezione è spesso influenzata da fattori culturali, familiari e dalle nostre esperienze di vita; per questo è essenziale non chiudere alle persone la prospettiva di crescita.

Le neuroscienze ci insegnano che ogni individuo, se sufficientemente motivato, può continuare a svilupparsi, a condizione di essere immerso in un ambiente che lo sostenga e lo accompagni. In conclusione, che nelle vostre realtà professionali vi troviate davanti a “impostori” o a “narcisi professionali”, l’obiettivo non è etichettare, ma costruire condizioni che permettano a tutti di autovalutarsi con maggiore consapevolezza. Perché quando la percezione lascia il posto alla lucidità, le persone crescono… e con loro crescono le organizzazioni.

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