La psicologia del rifiuto: la reattanza
Vi siete mai chiesti perché i potenziali clienti tendano a rifiutare le proposte commerciali? Lo dico in modo ampio e generalizzato (se non fosse così, probabilmente molti di noi non avrebbero lavoro) ma vale la pena fermarsi a riflettere sulle cause profonde di questo fenomeno.
La risposta non è unica. È piuttosto una combinazione di variabili che si attivano a catena, quasi automaticamente, non appena si verifica la prima condizione.
La scena è spesso la stessa, il venditore entra e scambia i convenevoli di rito. Un mix tra adulazione mal mascherata e conversazioni generiche che spaziano dal meteo al campionato, e poi inizia il copione. Un lungo monologo sugli antenati fondatori dell’azienda, sulla qualità impareggiabile del prodotto/servizio e sulle caratteristiche tecniche che dovrebbero, almeno nelle intenzioni, conquistare l’interlocutore. Sto volutamente usando un tono sarcastico, ma chi lavora sul campo sa bene che questa descrizione non è così lontana dalla realtà.
In quel momento succede qualcosa di molto preciso, il cliente si sente invaso. Gli capita più volte al giorno. Nessuno sta realmente mostrando interesse per lui, per la sua attività, per i suoi obiettivi o per le sue difficoltà. Nessuno sta cercando di comprenderlo. E lì si attiva una reazione mentale potente: la reattanza psicologica. Descritta dallo psicologo Jack Brehm, la reattanza è la risposta che emerge quando percepiamo una minaccia alla nostra libertà di scelta. È una spinta interna che mira a ristabilire autonomia e controllo.
Tradotto in modo semplice: più qualcuno cerca di convincermi, più il mio cervello si difende. Tre sono gli elementi che alimentano questa dinamica. Il primo è l’asimmetria d’intenzione: il venditore vuole vendere, mentre io potrei non essere interessato in quel momento o, più precisamente, non sono stato ancora ingaggiato nel modo corretto.
Il secondo elemento è la percezione di pressione. Anche senza aggressività esplicita, il cliente avverte che qualcuno lo sta spingendo verso una decisione che non ha scelto. Il terzo riguarda la minaccia all’identità. Nessuno vuole sentirsi manipolato o influenzato. Quando questa sensazione emerge, le difese aumentano e le barriere si alzano. È qui che nasce il paradosso della persuasione: più cerchi di persuadere direttamente qualcuno, meno persuadi.
La vera persuasione avviene quando il cliente continua a percepire tre condizioni fondamentali: autonomia, scoperta personale e decisione auto-generata. E tutto questo non nasce da un copione imposto. Nasce quando si ribalta completamente la dinamica dell’incontro, il cliente torna protagonista. È lui a parlare, a raccontarsi, a riflettere. Il nostro compito diventa quello di facilitare questo processo attraverso domande intelligenti e un ascolto profondo.
Quando incontro nuovi clienti interessati ai corsi di formazione, spesso rimangono sorpresi dal fatto che introduca concetti di psicologia. Poi, entrando nei dettagli, se ne convincono rapidamente. Eppure continua a stupirmi quanto questo approccio sia ancora percepito come innovativo: in realtà siamo terribilmente in ritardo. Non è più possibile formare venditori esclusivamente sugli aspetti tecnici del prodotto o del servizio. Oggi quel fattore pesa molto meno rispetto al passato. La vera partita si gioca sulla relazione umana e sulla capacità di attivarla in modo autentico. Chi ha già interiorizzato questi principi parte con un vantaggio competitivo reale. Chi continua a inseguire soltanto prestazioni di prodotto o strategie miracolose di mercato rischia seriamente di perdere terreno. Perché se il vostro business coinvolge le persone, e quasi tutti i business lo fanno, allora è inevitabile interrogarsi sul proprio modello.
Allenare le persone a costruire relazioni autentiche non è più un’opzione formativa. Sta diventando, sempre più, un fattore di sopravvivenza in un mercato dove il mare è mosso e le nubi all’orizzonte non sembrano affatto rassicuranti.
Jack Brehm (1928-2009). Dopo la laurea ad Harvard, la sua tesi di dottorato di ricerca stabilì il paradigma della dissonanza cognitiva della libera scelta. Fu il primo studio sulla dissonanza ad essere pubblicato. Nella sua lunga carriera accademica si dedicò alla comprensione di processi affettivi della dissonanza e della reazione. Autore della teoria dell'intensità della motivazione, e l'interesse per gli aspetti soggettivi delle emozioni, continuò a lavorare anche dopo la pensione e il suo ultimo articolo fu pubblicato nel 2010.